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La simmetria come elemento di eternità in architettura: Villa Almerico Capra detta "la Rotonda".

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Se Goethe, in una sua visita del 1786, dichiara questa architettura: «Forse mai l’arte architettonica ha raggiunto un tal grado di magnificenza», non sbagliamo a continuare ad ammirarla e contemplarla nel suo divenire come un’eccezionalità di grande valore. Una struttura classica che continua a dialogare con la modernità, come icona universale di equilibrio e armonia delle proporzioni, un modello progettuale locale, veneto che è divenuto universale.

Dall’incontro nel 1565 tra l’architetto Andrea Palladio, all’apice della carriera, e il nobile vicentino Paolo Almerico, committente colto, ambizioso e alla conclusione della propria rinomata carriera ecclesiastica romana, nasce un progetto estremamente personale, pensato ad hoc per il ritiro a vita privata ed ascetica di un uomo altero.

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Una nuova dimora sul colle alle porte di Vicenza pensata come rifugio bucolico per gli ultimi anni sereni di vita lontano dalle tensioni dell’aristocrazia cittadina e luogo di rappresentanza in posizione ben visibile. Un progetto eccentrico, a misura dell’unica persona che lo avrebbe abitato, con organizzazione degli spazi interni e i riferimenti simbolici che si dispiegano in funzione del committente: «Nell’interno questo a tutto rigore si potrebbe dire abitabile, non però fatto per essere abitato. La sala è delle più belle proporzioni, come parimenti le stanze; ma il tutto basterebbe a stento per residenza estiva di una famiglia distinta». Goethe

Apoteosi del Rinascimento italiano in Veneto, la villa ha una forza espressiva fondata sulla rigorosa geometria e sulla simmetria continua. A pianta quadrata, con il cerchio inscritto declinato in alzato nella stanza rotonda centrale e nella cupola. Il ripetersi delle facciate praticamente identiche dotate di pronai con colonne e scalinate monumentali, negano l’esistenza di un fronte e di un retro, ma promuovono l’inserimento continuo della villa nel paesaggio collinare circostante. Straordinaria la sensazione di essere sospesi da terra: nei pronai non si percepiscono visivamente le scaliate, promuovendo lo scorrere della vista sull’intorno verde acceso che incanta.

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La Rotonda nasce come residenza suburbana, dalla forma di Palazzo/Tempio con pronai, colonne e cupola, perfetto esempio della centralità dell’uomo nella visione rinascimentale cinquecentesca dell’Almerico; si completa nel tempo in Villa con relative funzioni agricole tipiche di una villa rurale veneta (Palladio pubblica la Rotonda fra i palazzi, non fra le ville, nei Quattro Libri dell’Architettura). Dopo l’Almerico, nel 1589 la villa passò al figlio naturale Virginio, che la cedette solo dopo due anni ai fratelli Odorico e Mario Capra. La famiglia Capra, stirpe di nobili vicentini, conservò la villa suburbana fino agli inizi dell’Ottocento. Durante i moti del 1848 e durante i due conflitti mondiali la villa subì danni e venne poi a riprese ristrutturata. Venne acquistata nel 1912 dalla famiglia Valmarana che ne è tutt’oggi proprietaria.

L’edificio, realizzato tra il 1567 e il 1569, è un’astrazione, lo specchio di un ordine e di un’armonia superiori. Orientata con gli spigoli verso i quattro punti cardinali, è volume, cubo e sfera, che si richiama alle figure base dell’universo platonico. La Villa si sviluppa verticalmente su tre livelli, piano terra di servizio, piano nobile alla quota dei pronai e piano attico, originariamente continuo e adibito a granaio e successivamente tramezzato. Le decorazioni interne sono ricche e di valore, realizzate nel tempo: gli affreschi dei soffitti delle quattro sale d’angolo e dei camerini del piano nobile e della volta della cupola risalgono alla fine del XVI e inizio del XVII secolo (Alessandro Maganza) e gli stucchi sono stati realizzati inizialmente nel tardo XVI secolo. La stanza rotonda centrale è stata decorata con stucchi ed affresco ad inizio XVIII secolo, durante una campagna decorativa voluta per il matrimonio di Marzio e Cecilia Capra, (Louis Dorigny). L’esterno della Villa è decorato da statue, poste sugli speroni delle scale, realizzate prima del 1570 (Lorenzo Rubini). Agli inizi del XVII furono realizzate per gli acroteri sculture di divinità maschili e femminili. Notevole il parco, che si apre a vedute di campagna coltivata tutt’intorno.

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Segui su LinkedIn: Matteo Mirta